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Il catenaccio del display e la preghiera quotidiana!



Di Arian Galdini


Il catenaccio ha un suono sotto la notizia, un piccolo scatto sotto l’unghia che segna il confine.


La stessa mano che tiene la chiave può tenere il mondo fuori, perché non entri in casa come acqua di piena.


Quando il catenaccio resta aperto, la giornata si infila nelle stanze e cambia l’aria di casa, il vapore non sale più, l’orologio al muro va avanti da solo, finché non sai più dove sei, dentro di te.


Nei frammenti degli anni 1884 - 1885, Nietzsche lo scrisse secco: “eine Zeitung (an Stelle der täglichen Gebete)”, un giornale al posto della preghiera quotidiana.


La preghiera finisce, la notizia scorre senza fine.

Da quel momento, l’attimo si siede a tavola come un ospite senza invito, spinge appena il bicchiere, lo sguardo va al titolo.

L’eterno resta sotto la copertina del libro, la polvere si fa orologio lì.


Nelle mattine di un tempo, il foglio stampato si stendeva sul tavolo come un piatto freddo sul pane tagliato.


L’inchiostro anneriva la punta delle dita, una macchia sottile, un sigillo.


Il pane tace, il titolo parla sopra il pane.

E poi la fine, la pagina si chiudeva, il giornale si ripiegava, e la piega faceva il suo lavoro silenzioso.


La stanza tornava all’orologio al muro, alla tazzina dove il vapore saliva e poi svaniva, senza essere chiamato, al volto che ti guardava senza titolo.


Lì il respiro si posava.


Oggi il catenaccio ha cambiato forma ed è diventato display, liscio, leggero, pronto allo scorrere del pollice.


Basta uno scorrimento e una folla entra senza porta, e il corpo lo riconosce all’istante, il polso sale di un gradino, le spalle scendono, il dito trova la via senza pensarci.

Questo è il prezzo della luce, lo paghi con gli occhi, finché lo sguardo diventa mano, mano senza palmo, che prende prima di chiedere.


La sera porta tutto alla prova.

Un libro resta aperto, una frase comincia a salire col respiro, non col rumore, poi cade una notifica, uno scatto secco all’orecchio.


L’occhio ci va prima della mente.

La frase si spezza.

Sulla lingua resta un sapore metallico, la voce si è recisa alla radice.


Qui appare la spranga interiore.

Ha un solo corpo e due facce, fuori catenaccio, dentro spranga.

Lasciata aperta di un millimetro, lascia entrare umidità, e il legno se ne ricorda.


La mano prende il telefono e lo posa a faccia in giù sul tavolo.

Il legno ruba calore alla mano e ridà alla mente il limite.

Poi le dita cercano la venatura, come se cercassero il vecchio scorrere, e lì, in quella ricerca, si trova l’attimo.


La preghiera quotidiana arriva, non come idea, ma come atto.


Dio, fai scattare la spranga.

Alzami la mano quando va verso il display.

Rimettimi la parola nel respiro.

Fammi vedere il volto umano senza titolo.


Dopo questo, il respiro rallenta.

La frase spezzata si annoda di nuovo, come la chiave quando trova i denti della serratura e gira senza gridare.

Il telefono resta fermo, la mano decide.


Aggiornare il display è sale, ne tocchi un poco e la lingua ne vuole ancora.

Il sale ti fa venire fame.


L’orologio al muro va avanti anche quando non lo guardi.


Un bambino chiama due volte e se la tiene dentro.


Eppure, la stessa finestra può portare luce. Una volta, una chiamata urgente ha strappato un uomo dal pericolo, perché una mano ha aperto il catenaccio nell’attimo giusto.


Il futuro arriva con un catenaccio più spaventoso, perché vivrà dove la chiusura si fa con lo sguardo.


Immagina un paio di occhiali che appuntano un titolo sul volto che ami, la frase arriva prima del sorriso.


Ti togli gli occhiali per un secondo, colto in fallo, e vedi il volto senza titolo, in quel secondo il mondo cade dalle lettere e torna a essere uomo.


Alla fine, la fiamma oscilla e getta un’ombra sottile sulla copertina del libro.


Il telefono, a faccia in giù, trema leggero per un’altra notifica che cade nel silenzio, non lo tocchi.


La mano lega di nuovo la frase spezzata, mentre l’orologio al muro dà un colpo chiaro, semplice.


Poi la spranga scatta in sede, e il respiro resta dentro.


Arian Galdini

 
 
 

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