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Poema: Suoni!



Di Arian Galdini


Vedo il cielo senza occhi.


Non per la luce.

Non per pietà della notte.

Ma per quel peso

che cade sull’anima

quando l’uomo, finalmente,

si siede

e posa l’orecchio

sul petto della terra.


Lì comincia tutto.


Non come visione.

Non come idea.

Non come grandezza proclamata.

Ma come quel battito profondo

che l’orecchio frettoloso non coglie,

né l’occhio che cerca di saziarsi di splendore,

ma soltanto l’uomo

che è rimasto abbastanza a lungo

sotto il peso del mondo

da comprendere

che il peso, quando resta a lungo in noi,

comincia a diventare suono.


Per questo conosco l’infinito

senza vederlo.


Non perché non abbia fine,

ma perché è colmo di senso,

come l’acqua sotto la pietra,

che non si vede

e tuttavia tiene viva la terra.


Ascolto la terra

con occhi che non si lasciano colmare,


il pane,

quando si spezza sulla tavola

e tiene insieme la casa più saldamente

dei discorsi degli uomini,


il nome della madre,

quando viene detto piano,

non perché sia piccolo,

ma perché è sacro,


la bandiera,

quando non si muove per mostrarsi,

ma resta dritta

come una ferita che rifiuta la vergogna,


la soglia,

che regge il peso dell’entrare e dell’andare

senza chiedere occhi,


le creature

che non possono fiatare

e tuttavia portano la vita

come prova limpida del dolore,


i monti,

che non ci insegnano l’orgoglio,

ma la misura,


il mare,

che non risponde,

perché custodisce domande più antiche di noi,


la pietra,

che ha imparato a non cadere

anche quando i cuori chiedono di cadere.


Spesso vaghiamo

come addormentati in piedi.


L’uomo del nostro tempo

cammina con uno schermo in mano

come con una falsa lanterna.

Lo avvicina al volto

non per vedere più a fondo,

ma per non dover guardare

il proprio buio.

Quella piccola luce

gli riempie l’occhio.

Non il cuore.


E io, ancora,

poso l’orecchio sulla terra.


Perché la terra non applaude.

Regge.


Regge le ossa.

Regge il seme.

Regge il sudore del padre.

Regge la preghiera della madre.

Regge la traccia di colui

che non accettò di farsi più piccolo

della parola che portava.

Regge anche la vergogna

di chi si vendette.


La terra non confonde.

Non dimentica.


Così ascolto la storia.


Non come parata di nomi.

Non come calendario di re.

Ma come un lungo battito

sotto le pietre di una terra

che non si dissolse del tutto,

né sotto il ferro,

né sotto la paura,

né sotto il sonno.


Lì ascolto l’uomo d’Albania.

Non quando acclama.

Quando regge.


Quando divide il pane.

Quando non porta fango oltre la soglia.

Quando pronuncia piano il nome della madre.

Quando lascia che la bandiera resti dritta

come una ferita,

non come insegna.

Quando comprende

che l’onore non è rumore,

ma peso

portato senza testimoni.


C’è un silenzio che è tomba.

C’è un silenzio che è Dio.

Entrambi tacciono.


C’è un ascolto

che non ti lascia mentire.


Lì,

il cielo giudica senza mostrarsi.

Il monte porta sul dorso

ciò che i secoli non hanno abbattuto.

Il mare domanda

senza attendere risposta.


E so

che la sua fine

non è là dove il mondo termina,

ma là dove l’uomo,

finalmente,

si arrende all’ascolto.


Allora si fanno tangibili,

la terra,

il pane,

la ferita,

il silenzio,

e anche quell’ultimo suono

che gli altri chiamano oscurità,


mentre sotto quel buio

qualcosa senza nome

ha posato l’orecchio

su di noi.


Arian Galdini

 
 
 

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