Poema: Suoni!
- Arian Galdini

- May 13
- 3 min read

Di Arian Galdini
Vedo il cielo senza occhi.
Non per la luce.
Non per pietà della notte.
Ma per quel peso
che cade sull’anima
quando l’uomo, finalmente,
si siede
e posa l’orecchio
sul petto della terra.
Lì comincia tutto.
Non come visione.
Non come idea.
Non come grandezza proclamata.
Ma come quel battito profondo
che l’orecchio frettoloso non coglie,
né l’occhio che cerca di saziarsi di splendore,
ma soltanto l’uomo
che è rimasto abbastanza a lungo
sotto il peso del mondo
da comprendere
che il peso, quando resta a lungo in noi,
comincia a diventare suono.
Per questo conosco l’infinito
senza vederlo.
Non perché non abbia fine,
ma perché è colmo di senso,
come l’acqua sotto la pietra,
che non si vede
e tuttavia tiene viva la terra.
Ascolto la terra
con occhi che non si lasciano colmare,
il pane,
quando si spezza sulla tavola
e tiene insieme la casa più saldamente
dei discorsi degli uomini,
il nome della madre,
quando viene detto piano,
non perché sia piccolo,
ma perché è sacro,
la bandiera,
quando non si muove per mostrarsi,
ma resta dritta
come una ferita che rifiuta la vergogna,
la soglia,
che regge il peso dell’entrare e dell’andare
senza chiedere occhi,
le creature
che non possono fiatare
e tuttavia portano la vita
come prova limpida del dolore,
i monti,
che non ci insegnano l’orgoglio,
ma la misura,
il mare,
che non risponde,
perché custodisce domande più antiche di noi,
la pietra,
che ha imparato a non cadere
anche quando i cuori chiedono di cadere.
Spesso vaghiamo
come addormentati in piedi.
L’uomo del nostro tempo
cammina con uno schermo in mano
come con una falsa lanterna.
Lo avvicina al volto
non per vedere più a fondo,
ma per non dover guardare
il proprio buio.
Quella piccola luce
gli riempie l’occhio.
Non il cuore.
E io, ancora,
poso l’orecchio sulla terra.
Perché la terra non applaude.
Regge.
Regge le ossa.
Regge il seme.
Regge il sudore del padre.
Regge la preghiera della madre.
Regge la traccia di colui
che non accettò di farsi più piccolo
della parola che portava.
Regge anche la vergogna
di chi si vendette.
La terra non confonde.
Non dimentica.
Così ascolto la storia.
Non come parata di nomi.
Non come calendario di re.
Ma come un lungo battito
sotto le pietre di una terra
che non si dissolse del tutto,
né sotto il ferro,
né sotto la paura,
né sotto il sonno.
Lì ascolto l’uomo d’Albania.
Non quando acclama.
Quando regge.
Quando divide il pane.
Quando non porta fango oltre la soglia.
Quando pronuncia piano il nome della madre.
Quando lascia che la bandiera resti dritta
come una ferita,
non come insegna.
Quando comprende
che l’onore non è rumore,
ma peso
portato senza testimoni.
C’è un silenzio che è tomba.
C’è un silenzio che è Dio.
Entrambi tacciono.
C’è un ascolto
che non ti lascia mentire.
Lì,
il cielo giudica senza mostrarsi.
Il monte porta sul dorso
ciò che i secoli non hanno abbattuto.
Il mare domanda
senza attendere risposta.
E so
che la sua fine
non è là dove il mondo termina,
ma là dove l’uomo,
finalmente,
si arrende all’ascolto.
Allora si fanno tangibili,
la terra,
il pane,
la ferita,
il silenzio,
e anche quell’ultimo suono
che gli altri chiamano oscurità,
mentre sotto quel buio
qualcosa senza nome
ha posato l’orecchio
su di noi.
Arian Galdini
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